Vita di Missione: tutti a scuola

Padre Oliviero Ferro

“Uno più uno uguale a due” era la canzone che i bambini ripetevano,leggendo quello che la maestra aveva scritto alla lavagna. Erano bambini vivaci come tutti i bambini del mondo. A guardarli negli occhi, veniva voglia di cantare insieme a loro. Erano partiti presto da casa per essere in orario a scuola, alle 7 e mezza del mattino. Non avevano fatto colazione. Tenevano nella mano qualche soldino che la mamma aveva dato loro per comperare un pezzetto di pane o una banana per la ricreazione di metà mattina. Si erano fatti un bel po’ di kilometri a piedi. Ogni giorno bisogna andare a scuola, col sole o con la pioggia. Ci andavano volentieri, anche se qualche volta avrebbero preferito fermarsi a giocare con gli amici. Nel loro piccolo zainetto, c’erano i quaderni, chi poteva anche un libro, due bic(blu e rossa) e tanta voglia di imparare qualcosa. Arrivati alla scuola, tutti in fila,classe per classe, per cantare l’inno nazionale. Poi dentro per cercare un posto nei banchi, che già avevano “sopportato” tanti altri bambini. Uno stretto all’altro, cominciavano la giornata di scuola. La maestra spiegava loro le cose e loro scrivevano sul loro quaderno quello che cercavano di capire. Pensate con delle classi di 90-100 bambini, non sempre è facile seguire le lezioni, ma non si poteva fare diversamente. Loro non facevano caso al pavimento(spesso in terra battuta) o ai muri che perdevano il rivestimento in cemento o il tetto che,quando pioveva,faceva una bellissima musica e non si poteva ascoltare più di tanto. Loro volevano studiare, imparare cose nuove. Ma dopo qualche ora, bisognava andare nel cortile a sgranchirsi le gambe. Si mangiava o si comperava qualcosa, ma soprattutto si giocava. Chi faceva delle bellissime partite a pallone, con una palla di stracci o di foglie di banano. Chi giocava alla settimana o al cerchio dove tutte, a turno, cantando,si lasciavano cadere nelle braccia delle compagne. Chi invece saltava dentro e fuori un elastico teso tra altre due compagne. Chi, poi, andava anche a cercare dell’acqua da bere. Nella stagione secca,la polvere era tanta. Mentre in quella delle piogge, il fango si poteva esportare a chili in tutto il mondo. E via di nuovo in classe per altre ore, fino alle 15. Poi a casa, chi di corsa, chi piano piano, facendo i commenti su quello che si era imparato o sulle notizie del villaggio. Non c’era fretta di arrivare a casa. Lo sapevano che al loro arrivo,bisognava darsi da fare per preparare la cena(attingere l’acqua,cercare la legna, pilare la manioca). Poi rimaneva un pochino di tempo per giocare e fare i compiti. Intanto i genitori erano rientrati dal lavoro e si poteva condividere il pasto e le notizie del giorno. Passando nei quartieri, li vedevi che mangiavano in fretta(la fame era tanta). Erano contenti, però i loro sogni li portavano lontano. Si facevano delle domande, si chiedevano il perché loro erano più poveri, più abbandonati di tanti loro amici di altri paesi del mondo. Non sempre era facile dar loro una risposta. Però si sentivano contenti quando li ascoltavi, stavi vicino a loro e, se ti sentivi in forma, giocavi anche un po’ con loro. Bambini, figli dell’Africa, e nostri fratelli. Quando ti sorridono, ti sembra di vedere un po’ di cielo che si posa in terra. Provare per credere.