La rivolta dei campanili: quale Campania, senza il Piccolo, dove ancora è bello vivere?

Giuseppe Lembo

Un ferragosto davvero infuocato quello che si sta vivendo in Campania. A parte gli incendi che hanno mandato in fumo tanti territori, soprattutto nella provincia salernitana, distruggendo ettari ed ettari di macchia mediterranea e pregiate aree pinetate (a Montecorice sono andati in fumo la gran parte dei pini d’Aleppo), il clima è diventato incandescente per il provvedimento governativo che prevede la soppressione della provincia sannita di Benevento con meno di trecentomila abitanti e ben 68 comuni al di sotto della soglia minima per la sopravvivenza di mille abitanti. Un tempo il piccolo era considerato bello da vivere. Oggi, di fronte a situazioni nuove, imposte soprattutto da esigenze di risanamento economico e di risparmio di risorse pubbliche, purtroppo, in una crisi irreversibile, si pensa a provvedimenti di risparmio, affidati al tetto demografico. La mannaia, la scure del risparmio, si abbatte quindi sulle realtà più deboli del Paese; realtà, soprattutto periferiche, decimate da un’emorragia continua delle risorse umane che, abbandonata l’agricoltura di pura sopravvivenza, hanno preferito andare a vivere altrove, pensando, lontani dal proprio paese d’origine sempre nel cuore, di costruirsi, in luoghi non sempre amici ed ospitali, un futuro possibile. Tutto questo è successo in decenni di un esodo mortale che ha portato inesorabilmente all’abbandono e quindi alla desertificazione di tanti territori oggi addirittura cancellati da un provvedimento governativo che prevede la morte dei comuni italiani al di sotto dei mille abitanti. Oggi i territori minori, nell’indifferenza assoluta di chi dovrebbe proteggerli, stanno morendo; ultimo atto è il provvedimento di chi ne ha previsto la cancellazione, in quanto territori minori scarsamente abitati. Purtroppo, in tanti decenni di sfasciume e di abbandoni forzati non si è fatto niente; proprio niente. Con la benedizione di chi magari oggi piange lacrime da coccodrillo, assolutamente inerti e quasi indifferenti, si è assistito ad una irreversibile emorragia umana che ha determinato la inevitabile e quasi naturale morte dei piccoli comuni italiani, nei quali oggi si ritrovano, anche 68 comuni campani. Altro che piccolo è bello! Con l’accorpamento dei comuni al di sotto dei mille abitanti, da Nord a Sud vengono cancellati e per sempre, circa 2.000 piccoli comuni italiani, di cui sparirà la denominazione geografica e con essa l’estinzione della stessa appartenenza umana. Il degrado e l’incuria sono ormai ad un punto senza ritorno. Il momento è veramente grave. Come si pensa di riconsiderare il territorio campano con una provincia in meno, quella sannita e con ben 68 comuni cancellati? Nella rideterminazione dei nuovi enti locali, non ci deve essere assolutamente una semplice operazione di puro e semplice accorpamento. Sarebbe pericolosa ed inutile. Bisogna saper riconsiderare i territori e le risorse disponibili e, prima di tutto, bisogna saper riconsiderare le sue risorse umane, la prima, più utile e necessaria  risorsa per promuovere crescita e sviluppo. Se non si sa fare questo, dietro l’angolo, in agguato, c’è il male di sempre, ossia il sottosviluppo e l’abbandono dei territori. Per ripensare un uso intelligente dei territori campani e delle sue risorse umane, bisogna avere una visone nuova sia degli stessi che delle risorse umane, tale da rispondere alle esigenze moderne del nostro tempo, con la dovuta attenzione per il futuro.  Cara Regione Campania, tutto questo è necessario per un dibattito serio ed un confronto utile a smussare la linea dura di quanti (sono 68 in Campania più la provincia di Benevento), già minacciano le barricate per difendere la loro autonomia e quindi la loro storia, il loro lungo corso di comunità da sempre tradita e sempre pronta al sacrificio di vite umane per andare a vivere altrove e quindi non morire. Cara Regione Campania, superando la cultura stretta e per molti aspetti fine a se stessa, della lotta a favore del proprio campanile, attraverso il dialogo, il confronto, è importante promuovere un progetto diffuso di città-territorio, utile alla Campania che verrà e, tra l’altro, in tante realtà territoriali, per la continua emorragia della sua gente, sempre più a rischio estinzione, anche oltre il presente. Ad essere virtuosi nella nostra cara regione devono saper essere e da subito, tutti; ma proprio tutti. In primis le istituzioni che devono saper dialogare con la propria gente e saperla guidare in un cammino d’insieme che deve avere per obiettivo il bene comune. Oggi, purtroppo, non c’è niente di tutto questo; tra le istituzioni che governano e la gente governata c’è una grande muraglia di assoluta incompatibilità, assolutamente distante dalla gente e di totale disinteresse per la vita dei cittadini non protagonisti, ma ancora sudditi e come tali esclusi da tutto. L’incompatibilità produce indifferenza e conseguentemente profondo e diffuso malessere.  Ci sono, ovunque, troppi sordi e ciechi; c’è insensibilità ed indifferenza per la gente che, da troppo lungo tempo, subisce in silenzio, la caduta non di tegole, ma di veri e propri macigni, sulla propria testa. La situazione è veramente grave ed a rischio di esplodere in forma violenta ed assolutamente incontrollabile. Meglio prevenire che curare. Prevenire, significa saper ascoltare ed avviare virtuosamente il dialogo con la gente (tanti cittadini campani, al centro come in periferia, tra l’altro, non sanno più come campare). È solo così che si può evitare il peggio. L’attuale governatore Stefano Caldoro deve intelligentemente capire il pericolo polveriera di una Campania ormai al capolinea che, con le tante sofferenze in atto ed il tanto e tale malessere diffuso non sa più a quale santo votarsi. Non ci resta che piangere! Ma questa volta a piangere saranno tutti, veramente tutti. Cara Campania smettila di essere nemica della tua gente; da Regione amica avvia quel processo virtuoso attraverso il quale si può tentare di evitare che tutto salti in aria, con grave danno per tutto e per tutti. È il tempo delle idee; è il tempo del fare virtuoso; è il tempo della concretezza. Anche i tempi difficili possono generare tempi nuovi. Per questo bisogna saper attivare con intelligenza e responsabilità i meccanismi del cambiamento possibile. È un grave errore lasciare correre e dimostrare indifferenza ai problemi che, essendo problemi, sono sempre difficili da risolvere. Anche gli scenari nuovi dei Comuni cancellati, insieme alla provincia sannita di Benevento, non devono essere affidati all’indifferenza istituzionale, per risolverli; occorrono concretamente idee, proposte e soprattutto forme di dialogo costruttivo con chi si sente tradito, con chi si vede cancellato dalla storia, annullando con un colpo di spugna il suo comune, la sua provincia, perché demograficamente troppo piccola, troppo poco abitata. E dopo queste soppressioni che ne sarà dei tanti altri comuni che, senza futuro, avendo aperte le sole porte dei loro cimiteri, inevitabilmente scivoleranno verso la catastrofe umana e territoriale? Che ne sarà dei tanti territori abbandonati, soprattutto, interni e collinari, a grave rischio degrado e dissolvimento, per scivolamento a valle? L’abbandono umano dei territori è un nemico mortale per gli stessi, non si salveranno mancando l’uomo. Che ne sarà nel prossimo futuro? Si pensa responsabilmente e seriamente alla catastrofe immane per la Campania, dal punto di vista geologico, fortemente instabile? I soloni del tempio istituzionale, come casta privilegiata, non devono pensare a godersi solo i benefici che vengono dal loro ruolo; devono cambiare anche loro e da “virtuosi”, aiutare la Campania ad uscire dal guado. Il momento è grave e pieno di rischi. Anche le soppressioni saranno vissute come tradimenti e quindi provocheranno ovunque feroci guerre di campanile. Ci vuole, per il nuovo che avanza, la grande forza dell’impegno di tutti, ma soprattutto di chi è chiamato a governare gli eventi. Il mio sincero suggerimento è quello di sapersi affidare al progetto territorialmente nuovo di città-territorio, così come pensato da Danilo Dolci, il Gandhi italiano che si appellava al dialogo, alla nonviolenza per combattere anche il malessere del crimine mafioso. Con la riconsiderazione dei territori legati ai campanili, in città-territorio, è possibile pensare ad una Campania nuova nel Terzo Millennio, il millennio dei mondi globali tendenti alla Terra-Stato ed alla Società-Mondo.