Governo o Corrida?

Aurelio Di Matteo

Se Berlusconi non fermerà Monti, sarà ritenuto corresponsabile dei danni che la manovra procura al cittadino “normale” che vive di reddito fisso, a chi già è in pensione, ai giovani che non ci andranno mai o, se ci andranno, non avranno che spiccioli. E lo sarà soprattutto dell’iniquità di tutta la manovra che lascia fuori i privilegi, gli sprechi, le legislazioni di favore, ne aggiunge qualcuna (banche) e bussa pur sempre alla prima casa, al reddito fisso e agli erogatori di benzina e gasolio.   Lo diciamo di Berlusconi perché siamo stati suoi elettori. Se lo fossimo stati di Bersani lo avremmo detto ovviamente di lui. Di Casini e Fini è meglio non dire alcunché! E una cosa è fuori di dubbio: Berlusconi almeno al Senato avrebbe la maggioranza per imporre la “sua manovra”! Noi non siamo esperti, né diciamo di esserlo; ma leggendo e ascoltando, per quel poco d’italiano che conosciamo, il Governo dei tecnici ci appare sempre più come uno spettacolo allestito in tutta fretta dalla felice memoria di Corrado, una Corrida nella quale i Ministri non sono altro che dilettanti allo sbaraglio. Nella migliore e più indulgente delle valutazioni, li potremmo annoverare in teorici che si dilettano con elucubrazioni senza alcuna concreta verifica e senza il confronto con il Paese reale. Per loro stessa pubblica dichiarazione, ad alcuni possiamo concedere il beneficio della “fretta” o quello della non volontarietà delle decisioni stante la buona fede che in genere si accorda a chi degli studi finanziari ed economici si sia formato solo sulle pagine e sulle iniziative di Quintino Sella. Sorprendente è la dichiarazione rilasciata da uno di loro: “La verità è che non abbiamo avuto il tempo di pensarci”. Di grazia, in tanti anni di “studi esperti” a cosa hanno pensato? Per altri, che provengono da lunghe attività svolte in settori importanti e nevralgici della finanza e dell’economia, non è proprio il caso di parlare di “fretta” e, di conseguenza, nemmeno di buona fede senza specifiche finalità settoriali. E parliamo non soltanto di settori economico-finanziari, ma anche variamente ideologico-politici. Il danno peggiore che il Monti-corrida sta producendo è la sommessa e sussurrata antipolitica con la quale sta infarcendo ogni sua pubblica dichiarazione, senza che, di fatto, elimini uno solo dei veri sprechi che la politica produce. “Lo spreco politico vero – egli dice con flebile e suadente saccenteria – è non aver pensato in tanti anni al futuro del Paese ma agli interessi dei partiti”, come se l’azione di un politico non debba essere proprio quella di realizzare il programma e gli obiettivi del partito, quel programma per il quale è stato liberamente votato; come se il suo incarico come Commissario europeo, prima, come Presidente del Consiglio, ora, non fosse avvenuto ed esercitato con origine e finalità politiche. Tra le tante rilevate in questi giorni, l’improvvisazione più vistosa – chiamiamola così se non vogliamo pensare a male – delle propagandate decisioni nel settore degli sprechi della politica è senz’altro la cosiddetta eliminazione delle Province, che tra l’altro non ci sarà mai. Da una parte si scopre che il tutto è affidato a una futura legge ordinaria (a quando?), dall’altra si rileva una serie di contraddizioni amministrative e di dubbi giuridici, tanti da produrne la non applicabilità o, a detta di altri esperti, anche l’incostituzionalità. Ridurre il numero dei Consiglieri a dieci in ugual misura, indipendentemente da quello della consistenza delle singole Province, privarle delle funzioni esistenti e darne altre apparentemente meno gestionali, togliere ai cittadini il diritto di eleggere i membri di un consesso previsto dalla Costituzione e concederlo al potere di nomina di un non meglio individuato organo comunale, non è certo eliminare gli sprechi, ma soltanto ridurre i margini della democrazia e lasciare in piedi lo stesso flusso di denaro per sopperire a tutte le attività e funzioni connesse. Il Decreto, infatti, recita che saranno assicurate le risorse “per il necessario supporto di segreteria per l’operatività degli organi della provincia”; come dire che i nuovi organi della Provincia potranno costituire propri staff con funzione di Segreterie particolari e di Segreterie tecniche, aggiungendo in tal modo agli apparati burocratici esistenti altri apparati con scelta discrezionale e di stretta osservanza e affiliazione politica. Quanto al principio della “gratuità delle cariche elettive negli organi territoriali non previste nelle Costituzione”, a guardare bene il tutto si ridurrebbe alle sole Circoscrizioni, perché le Comunità montane, le variopinte Società partecipate e gli innumerevoli Enti derivati non sono elettivi ma “nominati”, come lo sarebbero le Province dopo questa inconcludente e pasticciata riforma. In un precedente intervento, parlammo di “Presa per i fondelli” da parte dei politici; ora, trattandosi di “esperti” come qualificare tutto ciò? Con la nostra inesperta improvvisazione proponiamo agli esperti accademici di sostituire tutti i commi del Decreto, che fingono di ridurre i costi della politica creando un papocchio, con uno solo: “La partecipazione ai Consigli di amministrazione di Enti derivati e di Società partecipate, delle Commissioni consiliari negli Enti territoriali elettivi, ecc è a titolo onorifico e gratuito; ai componenti non spetta nessun compenso né fisso né come rimborso spese”. Di certo molti arricceranno il naso e parleranno di rozzezza amministrativa e giuridica, ma a volte la rozzezza amministrativa è preferibile all’improvvisazione, non sempre in buona fede; se non altro perché determina almeno un’equa ripartizione dei sacrifici e non una tassazione a geometria variabile molto simile a quella (gioco del lotto) che Quintino Sella chiamava la Tassa sugli allocchi, che colpiva il cittadino che ha di meno, che di meno sa e al quale la politica evita di far comprendere le vere motivazioni.