Minori: “Città del gusto?”
Da quando la cittadina di Minori, circa un decennio fa, si fregiò in maniera del tutto arbitraria, del titolo di “città del gusto”, l’equivoco corre pericolosamente sul filo. Occorre che si puntualizzi tutte le volte che si tratta di onorificenza culinaria e non estetica. Ma la ripetizione periodica di gesti artistici di matrice post-moderna, dimostra come la verve e la creatività di fini estèti, occupanti posizioni di governo, non sia casuale, piuttosto appartenga ad una cifra stilistica sociale che non sbiadisce, anzi fa proseliti nel tempo. Si tratta senza dubbio di gesti fuori dal comune capaci di marcare il territorio con autorevolezza. La lapide con finto mosaico all’ingresso del paese installata con discrezione minimalista e sovente adornata anche da fiori di campo, fu un primo segnale. Anche la fontana in pietra con tegola dinanzi alle latrine pubbliche stupì per l’insolenza della sua brutale semplicità. Sorpresero, ma entrarono subito nella memoria collettiva, le pietre da mulino riconvertite in fioriere o panchine. Tuttavia finora nessuno si era spinto così in là come nel caso dei nuovi bidoni per la raccolta dei rifiuti. Si tratta di un’opera concepita attraverso una geniale, quanto lucida, mi si consenta l’ossimoro, follia. Non è un’opera semplice da capire. E infatti ancora pochi ci sono riusciti. Per ora può essere ancora semplice motivo di turismo natalizio, ma nel frattempo molti critici d’arte la stanno accuratamente studiando. Il più autorevole tra di loro, Gillo Dorfles, forse, direbbe che in essi si ravvisa la tanto rara raffinatezza del “cattivo gusto”, che proietta il gesto nella ristretta schiera dell’ arte contemporanea. Nei nuovi bidoni affiorano i precetti che le transavanguardie degli anni ’80 portarono con grande energia alla ribalta: il rifiuto del modello culturale di riferimento, l’antitesi al rigore razionalista, il recupero di tradizioni e materiali locali ma soprattutto l’esaltazione dell’aspetto estetico del prodotto tramite una grande espressività della forma. Sono questi, in sintesi, i principi fondamentali del postmoderno. Il bidone minorese sposa il linguaggio postmodernista tramite il ripescaggio nella memoria collettiva di un oggetto di assoluto uso consueto come l’anfora romana, riconvertendola con l’ausilio del materiale plastico in un elegante vaso con coperchio metallico. Il modello acquisisce anche un valore didattico grazie alla discreta didascalia posta sulla faccia anteriore. Il passante o l’utente medio, viene colto impreparato dalla complessità dell’oggetto che gli si para dinanzi improvvisamente, in luoghi imprevisti, disposto in modo che potrebbe sembrare persino casuale. Chi ha studiato sa che quel bidone è chiaramente ispirato dalla corrente iperrealista americana e potrebbe rubare la scena alle ambientazioni surrealiste di LaChapelle, inserendosi a pieno titolo nella famiglia degli arredi di Sottsass o alle forzature informali di Damien Hirst. Sono provocazioni di grande intensità emotiva che si collocano in un contesto urbano già provato e non sempre allenato a tale energia creativa. Quei bidoni sono talmente brutti che sollevano chiunque dalla proverbiale problematicità del bello, perché semplificano ogni giudizio, abbassando al grado zero qualsiasi analisi sul contesto, sull’appropriatezza e sulla ripetizione di episodi similari. Ci riportano all’era paleolitica del design, provocano lo svilimento della coscienza critica, che così si allena ad accettare qualsiasi umiliazione. Sono talmente “indietro” che sono troppo “avanti”, per cui non sono semplicemente postmoderni, sono post-postmoderni, più kitsch del semplice kitsch: un balzo nel futuro non ancora prossimo, di cui andarne fieri.
arch. Christian De Iuliis