Salerno: Sel “Difendiamo le Province, ma liberiamoci di Cirielli”
Ha ragione il Presidente Cirielli, non ho difficoltà a dirlo, quando prova ad alzare la voce contro l’attacco definitivo portato alle Province dalla manovra del governo Monti. È abbastanza vero, come dice, che si tratta di istituzioni antiche, anche se hanno mutato funzione più volte nel tempo, così come è inconfutabile che il loro costo sia esiguo e composto essenzialmente da spese per il personale. Ma c’è molto di più. Credo che per la crisi evidente di democrazia che sta segnando il nostro tempo dovremmo saper guardare con maggiore attenzione al rapporto concreto che queste istituzioni elettive hanno con il Paese e il suo tessuto civile. Dovremmo riflettere sulla struttura stessa dello Stato, inteso come complesso di funzioni non tutte assolte necessariamente da organismi pubblici, e soffermarci sul peso che proprio questo livello territoriale ha in ogni organizzazione democratica. Non è esagerato dire che qualsiasi soggetto sociale a carattere nazionale, sia esso politico, sindacale, di rappresentanza, piuttosto che sportivo o culturale, ha proprio nella dimensione provinciale il suo punto di legittimazione e di partecipazione più alto. In questo senso, quindi, la nostra è una struttura sociale largamente fondata sulle province, non altrettanto sui comuni e tanto meno sulle regioni. Tanto che, paradossalmente, a volerla riformare davvero, dovremmo programmare di pari passo con la destrutturazione di questo livello istituzionale di governo del territorio anche la soppressione di tutte le strutture “federali” su cui si articola il complesso meccanismo rappresentativo di interessi legittimi che concorre al funzionamento e all’equilibrio del Paese. Mentre categorie, pur talvolta discutibili, come quella della sussidiarietà andrebbero totalmente riviste. Le Province, invece, tornando alla realtà, occupano ancora una specifica casella del nostro sistema democratico che è pericoloso lasciare vacante, perché è chiaro che per far reggere questa architettura è necessario collocare al medesimo livello dell’organizzazione sociale una istituzione elettiva, un organismo di primo livello che risponde direttamente agli elettori ed è perciò sottoposto al loro periodico giudizio. Ci vuole insomma un interlocutore vincolato alla dimensione dei problemi e che ne sia in qualche modo esso stesso una espressione, altrimenti il conflitto, che è il sale della democrazia, rischia di generarsi ad un livello del territorio e di essere costretto ad esprimersi su un altro, o a non esprimersi affatto. Per questo l’idea di dare vita a striminziti Consigli Provinciali, con un sistema elettivo indiretto e perciò ademocratico, risponde esattamente alla necessità di disarticolare ulteriormente la relazione buona tra politica e società, rafforzando le caste, gli interessi consolidati, le stratificazioni del potere. È evidente che solo i tecnocrati potevano portare a compimento questo disegno, che paradossalmente si alimenta della crisi della politica e rappresenta al tempo stesso l’abbrivio per una via d’uscita che prende una direzione opposta a quella auspicata dai cittadini, tutto sotto la splendida copertura del risparmio e dei benefici per il bilancio dello Stato. Le Province, quindi, si apprestano a pagare ingiustamente il prezzo della crisi e dell’impopolarità della politica, eppure questa non è l’unica spiegazione di quanto sta accadendo. Tutto questo fa il paio con gli appetiti che l’ipotesi di una cancellazione di questi enti intermedi scatena. Tutti sanno che il trasferimento delle attuali funzioni di coordinamento e programmazione su “area vasta” ad altri livelli di governo territoriale come Comuni e Regioni non risolverebbe il problema ed è in gran parte inattuabile, perché si andrebbero ad ingolfare drammaticamente queste amministrazioni e a stravolgerne ulteriormente la missione. È pur vero che in alcuni casi ciò è possibile e anche conveniente, penso per esempio all’edilizia scolastica, intesa come manutenzione degli edifici, ma non è sempre così, basti pensare al dimensionamento ed alla allocazione degli istituti secondari, che avrebbe bisogno di una maggiore visione d’insieme anche rispetto a quanto succede oggi. Ma cosa accadrebbe a competenze insopprimibili e al tempo stesso non frazionabili? Dalla viabilità intercomunale al sistema dei trasporti, dalla protezione civile su larga scala alla relativa cura del territorio, per non parlare di tutto quello che notoriamente “non si mangia” come la cultura e di quello che a detta di tutti dovrebbe farci mangiare come le filiere produttive e il turismo, o della gestione di servizi che non può essere sempre municipale o intercomunale, ma a volte deve necessariamente collocarsi su in livello sovracomunale. Quale livello di governo si occuperebbe dello sviluppo rurale, delle aree interne, della risorsa mare? La risposta è semplice e, vi assicuro, per niente ideologica. Con la soppressione delle Province si darebbe luogo ad un gigantesco processo di privatizzazione, non solo nel senso della gestione di segmenti della produzione di beni e servizi da parte delle imprese in sostituzione dello Stato, ma inteso proprio come coinvolgimento diretto di attori ed interessi privati in processi decisionali fino ad oggi collocati nella sfera pubblica. Assisteremmo al proliferare in breve tempo di agenzie, enti, fondazioni, istituti, società che avrebbero il solo scopo di occupare militarmente lo spazio lasciato libero. La devoluzione di competenze nei loro confronti sarebbe progressiva quanto ineluttabile, ma i costi, quelli graverebbero presto e pesantemente tutti sulle spalle dei cittadini e del territorio. O pensate davvero che l’interesse di Confindustria per l’eliminazione delle Province risieda tutto nello spirito riformatore delle imprese italiane? Si ripeterebbe in breve quello a cui abbiamo già assistito con le privatizzazioni del settore energetico o assicurativo, solo per fare degli esempi. Siamo quindi di fronte ad una questione significativa per il nostro sistema democratico quanto per la nostra economia e abbiamo provato ad offrire qualche argomentazione circa le cause di fondo della scelta compiuta dal Governo. Ora, però, dobbiamo chiederci con onestà i motivi per cui tanta parte del popolo italiano condivide la valutazione di inutilità delle Amministrazioni Provinciali, ricercandoli nel campo ben più largo e giustificato della critica alla politica, indagando nel solco profondo che è stato scavato tra cittadinanza e ruolo dei partiti. È qui che diventa visibile, e in modo eclatante, il punto debole del ragionamento di Cirielli. Il Presidente, infatti, arriva a dichiarare che chiederà all’UPI di proporre, insieme al referendum abrogativo, l’eliminazione delle indennità di carica. Forse sta indirettamente proponendo che tutti i Presidenti di Provincia debbano essere anche Parlamentari e che anche i Consiglieri debbano necessariamente occupare altri scranni oppure essere selezionati per censo, per reddito o rendita. Si, perché, già ora, sia lui che i suoi colleghi Cesaro, Zinzi e Sibilia, Presidenti rispettivamente delle Province di Napoli, Caserta e Avellino, sono anche deputati o senatori e, nonostante una recente sentenza della Suprema Corte, non hanno nessuna intenzione di lasciare quella postazione, continuando a cercare diversivi tra le pieghe sottili delle norme e dei loro procedimenti applicativi. Ma le donne e gli uomini che fanno a fatica il proprio lavoro non capiscono chi ritiene di poterne fare bene due, così importanti, contemporaneamente. Per non parlare di quelli che un lavoro non ce l’hanno affatto e hanno perso ogni speranza in coloro che per mestiere ne promettono uno, salvo sapersi muovere benissimo solo per preservare il proprio. La verità è che la politica ha fatto di tutto per farsi odiare, ma soprattutto ci è riuscita benissimo presentandosi come un sistema chiuso nel quale contano solo gli uomini forti, che accentrano su di se il massimo del potere possibile e lo usano quasi sempre per conquistarne altro e poi altro ancora. Questo è un punto dirimente, che getta luce su tanti vizi e tanti limiti della politica come si presenta oggi ai nostri occhi e non sarà possibile nessun cambiamento vero sul piano sociale ed economico senza passare per un rinnovamento totale delle attuali modalità di formazione del consenso. Perciò è praticamente certo che restando immutata la sfiducia dei cittadini nei confronti della politica il referendum proposto da Cirielli andrebbe verso una sonora sconfitta. Sarebbe sicuramente meglio provare a ricostruire su basi rinnovate il rapporto tra politica e società, per esempio rimuovendo tutte le condizioni di incompatibilità di cui la nostra regione ha il primato assoluto, a partire dai tanti consiglieri regionali che sono anche sindaci, consiglieri o assessori. Una anomalia assoluta per un territorio che stenta a trovare anche una semplice idea per uscire dalla crisi, mentre rimangono inalterati tutti gli indicatori che parlano di corruzione, degenerazioni del rapporto tra imprese e pubblica amministrazione, intrecci con la criminalità organizzata. Fattori che a loro volta generano sprechi e distrazione di risorse pubbliche e che tanto hanno a che fare proprio con la struttura del potere e con le sue stratificazioni nella regione di Cosentino. È questo il vero costo della politica che abbiamo tutti il dovere di contribuire a ridurre.
Franco Mari Responsabile regionale Enti Locali Sinistra Ecologia Libertà