L’uomo mercificatore non lascia in pace poverta’
Giuseppe Lembo
L’uomo del nostro tempo, come non mai prima, nel corso della sua lunga storia, ha avuto ed ha in modo crescente uno spiccato senso della mercificazione; in molte occasioni si manifesta assolutamente senza limiti. L’uomo moderno mercificando, si sente più che mai realizzato; infatti, attraverso il mercificare, soddisfa in pieno le sue attese di possesso che in sé rappresentano la spinta primaria della vita in questo nostro tempo. La cultura, meglio definirla sub-cultura o non cultura è un totem sacro che fa scattare dentro, nell’uomo mercificatore del nostro tempo, un senso di padronanza assoluta e di forza superiore che lo pone al di fuori ed al di sopra delle tante normali condizioni umane, più subumane. Ma che mai di tanto drammatico è successo nella storia umana sempre più caratterizzata da una disparità infinita tra chi ha e chi non ha, tra il mondo dei ricchi mercificatori ed il mondo abbandonato a se stesso dei poveri mercificati? Trattasi di domande a cui è difficile poter dare una risposta credibile. I mercificatori del nostro tempo, forti del loro egoismo, si concedono tutto, ma proprio tutto, facendo pesare il loro ruolo di signori, di padroni assoluti della mercificazione e delle tante mercanzie goderecce, vendute a caro prezzo. Forte appare la distanza tra il loro mondo e quello degli umani che hanno evidenti caratteristiche di esseri inferiori, se non addirittura, di esseri primitivi che del mondo là dove ancora esistono (e sono poche) le cosiddette società civili degli uomini sviluppati, venendo a contatto, manifestano il loro disagio, considerate come sono dei veri e propri fossili viventi. Verso costoro, l’uomo mercificatore, va assumendo atteggiamenti di assoluta padronanza. Sono considerati dei veri e propri esseri primitivi, parte di un mondo lontano assolutamente sconosciuto ai più. Sono pochi e talmente fuori dal mondo, da essere definiti parte di “società incontattate”, ossia appartenenti ad una condizione antropomorfica assolutamente primitiva, lontana dalle moderne condizioni umane. L’uomo mercificatore, quali concreti obiettivi ha raggiunto nel corso della sua evoluzione storica? È realmente migliorata la specie di appartenenza, oppure si è involuta ed è tornata umanamente indietro nel tempo, decrescendo di fatto nella qualità e nei valori che rappresentano il segno inconfondibile dell’identità umana, non logorata nel tempo? C’è stata, purtroppo, una sua lenta evoluzione che, potrebbe portare un giorno alla fine di tutto, per l’effetto devastante degli squilibri crescenti tra i diversi mondi, nati per vivere ordinati ed in solidale armonia sistemica. L’uomo mercificatore, è indifferente a tutte le positività umane del mondo. È, tra l’altro, indifferente anche ai gravi problemi dovuti al conflitto generazionale che oggi più che mai, in tante parti del mondo, determina non solo ribellione in un mondo sempre meno dialogante, strutturato per essere ed essere raccontato come un inferno da vivere. Come combattere la disumanità dell’uomo mercificatore? Pensando ad un nuovo modello di vita e di sviluppo possibile, centrato prima di tutto sul lavoro inteso come diritto-dovere. Oltre a questo, per ridurre la forza dello sviluppo disumano dell’uomo mercificatore, è necessario saper dare il giusto peso alle risorse endogene ed ai fattori immateriali, elementi primari nei possibili fattori di crescita e di sviluppo compatibile. Oggi, ovunque nel mondo, ma soprattutto nel mondo, con prevalenti caratteristiche di umanità mercantile, c’è una violenza ormai senza limiti. Si è passivamente subalterni alle sorti del mercato che non si preoccupa dell’uomo ed ha per questo, regole che sono pensate sempre più, contro l’uomo. Il mercatismo selvaggio degrada l’uomo, spinto in una spirale consumistica da cui non riesce assolutamente a liberarsi. Per migliorare le condizioni umane di tutti, bisogna comunque, saper produrre ricchezza in modo illimitato; la ricchezza in tanto è usata sempre più come una risorsa insostituibile per pensare egoisticamente a non far crescere i poveri e gli esclusi. Pur volendo, non ci potrà essere alcuna equa distribuzione della ricchezza se non viene prima prodotta, attivando inevitabilmente i meccanismi violenti e disumani dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.