I teoremi su Dell’Utri

Angelo Cennamo

Il concorso esterno è una formula accusatoria contestata attraverso la combinazione di due articoli del codice penale : il 110 e il 416 bis. Si tratta di un’operazione artificiosa ed anomala rispetto ad ogni altra imputazione criminosa, dal momento che essa è configurabile solo a livello giurisprudenziale. Per anni il concorso esterno ha rappresentato una sorta di zona grigia dentro la quale le procure potevano inserire questo o quel politico con margini di arbitrarietrà troppo spesso ampi ed opachi. Nel 2005, però, la credibilità di questa  discussa formula accusatoria subì un duro colpo per effetto della sentenza Mannino. I giudici della corte di cassazione, infatti, stabilirono che il partecipe del reato deve essere inserito nell’associazione mafiosa in modo organico, e il suo apporto deve essere concreto e ben identificato. La storia processuale di Calogero Mannino somiglia molto a quella di Marcello Dell’Utri. Il calvario giudiziario dell’ex democristiano è durato, infatti, ben 19 anni, e quando la cassazione lo ha definitivamente assolto dall’accusa infamante di essere un mafioso, la sua carriera politica e la dignità di cittadino perbene gli erano già state portate via da un pezzo. Con Dell’Utri il corto circuito mediatico giudiziario che ha distrutto la vita e la reputazione di Mannino si è ripetuto. La notizia dell’annullamento della sua condanna in appello per concorso esterno è deflagrante per dimensioni e significato. Dell’Utri, infatti, è da sempre l’uomo ombra di Berlusconi, prima come collaboratore in Publitalia, poi come organizzatore della sua discesa in campo, nel ’94. Colpire lui voleva e vuole dire gettare discredito sulla fenomenologia politica del suo epigone, facendola apparire come una gigantesca operazione criminale volta, esclusivamente, a gestire ricchezza e potere. Il trinomio : Dell’Utri – Berlusconi – Mafia, da oltre 16 anni è stato così uno dei mantra più usati dalla sinistra giustizialista, e dalle sue propaggini giornalistiche e giudiziarie per annientare l’imprevisto avversario che, l’indomani di tangentopoli, le negò la facile se non scontata affermazione politica e culturale nel paese. L’annullamento della condanna di Dell’Utri, sotto questo aspetto, deve registrarsi come il fatale ribaltamento di uno schema perverso e strumentale, servito a depistare e contrastare la destra berlusconiana, raffigurndola più o meno come l’appendice di una cupola mafiosa infiltratatsi nelle più alte sfere delle Istituzioni. Allo stesso modo, la clamorosa e coraggiosa requisitoria del procuratore generale della suprema corte, Francesco Iacoviello, che ha stigmatizzato il concorso esterno come “un reato al quale non crede più nessuno”, potrebbe costitruire ( ce lo auguriamo) un nuovo ed importante precedente verso il definitivo accantonamento di una figura delittuosa esageratamente ambigua, oltre che inesistente.

3 pensieri su “I teoremi su Dell’Utri

  1. @Angelo:

    premesso che farebbe piacere eventualmente sapere che il nostro non è colpevole, ti segnalo che Giorgio Della Lucia raccontò di connessioni tra esponenti mafiosi e la Fininvest ben prima che Silvio decidesse di entrare in politica.

  2. “mi processano perchè sono mafioso” come dimenticare questo clamoroso lapsus televisivo del senatore fondatore di forza italia.
    e come smentire le frequentazioni continue e reiterate di boss mafiosi condannati.
    quindi al di là dell’utilità del reato di fiancheggiamento mafioso i fatti provati sono tali che non possono essere smentiti. dell’utri oltre ad essere un sofisticato bibbliofilo e amante dei filosofi greci ha avuto un comportamento direi riprovevole e che non ha mai chiarito.
    la questione giuridica quindi a me mi pare una disputa che ha messo in evidenza diversità di opinioni che nulla ha a che fare con la moralità e poi veramente non mi sembra che sia stato assolto da niente, bisognerà rifare solo il processo. la storia ci ha insegnato che il porto delle nebbie romano può esere misterioso e imprescrutabile nell’agire più di un dogma di fede.

  3. Michele, per la moralità e le condotte “riprovevoli” c’è la Chiesa, non i tribunali.

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