Salerno: Sergio Vecchio e l’enigma di Argo
La primavera della Galleria Il Catalogo di Lelio Schiavone e Antonio Adiletta, si apre con il ritorno nello spazio espositivo di Sergio Vecchio. Il fil rouge che lega le quattordici opere della mostra, il cui vernissage sarà vissuto sabato 24 marzo alle ore 19 per restare fruibile sino a domenica 15 aprile, è la tecnica ad olio, che potrà vedersi applicata a tele di piccole dimensioni e a due grandi carte a mano di Acireale. Sergio Vecchio è aduso ascrivere le sue opere ad un ciclo e le tele concepite per lo spazio de’ Il Catalogo, fanno parte dell’era di Argo, un tema ispirato dallo sguardo dei suoi due amici “in forma” di cane, Giotto e Frida, testimoni, confidenti, consiglieri delle sue giornate di lavoro nel laboratorio paestano. “Tutto parte da una capanna di vetro – si legge nel catalogo della mostra, corredato da una preziosa antologia critica – capace di catturare ogni sfumatura di luce, dall’alba più tenue al tramonto più infuocato, dai colori lividi dell’albeggiare, al petrolio della notte, riscaldata da una semplice e fumosa stufa a legna, dove Sergio cerca la forma su infinite carte d’alici, il colore, crea e disfa, le sue terre, gli azzurri, i rossi, vive la sua tela, novello filosofo cinico sulle tracce dell’umido tartufo di Giotto e Frida e della loro condizione di felice autarchia. Due le carte di Acireale, su cui l’olio ha schizzato l’officina di Argo e il suo carattere un po’ fedele un po’ infido, un po’ mite e un po’ aggressivo, talvolta disposto ad attendere il cibo, talvolta impaziente, il suo sguardo, geloso, che strappa baci. Le sue figure, le dee, le bufale in “Rebus della sera” o in “Itinerari dell’enigma”, sono apparizioni che emergono nello spazio delle attese e del buio delle cose e ne rompono l’equilibrio, fissando l’evento e il racconto. Le masse figurali non hanno necessità d’essere destrutturate: l’energia è unica e tutta interna e non può giungere alla forzatura, alla deformazione, alla caricatura; questo spazio specifico è la condizione formale di quella stabilità dell’immagine o di quella distribuzione della materia dei pieni e dei vuoti, che è il segno di Sergio Vecchio. La tecnica diventa emozione “fattiva” che la natura insegna solo se trasferita nella zona “crepuscolare” della memoria, dove il documento si trasforma in sogno. Un sogno della dea la quale, insieme ai suoi animali, sa di non doverne mai svelare l’enigma, di non sollevare il velo di un passato già violato, per salvarlo da sguardi di occhi che non sanno più vedere”.
sicuramente sara un eccezzionale mostra grande artista auguri