La reazione antigiacobina di Vincenzo Cuoco
Fulvio Sguerso
Il fallimento della politica riformatrice dei principi “illuminati”, la repressione dei primi moti rivoluzionari repubblicani , il disincanto degli entusiasmi democratici in seguito al dispotismo bonapartista, alla fine del XVIII e all’inizio del XIX secolo, determinano l’orizzonte storico e politico in cui si dispiega il pensiero e l’opera di autori come Cuoco e Galluppi a Napoli, Romagnosi a Milano, che da un lato attingono alla cultura illuministica, ma dall’altro se ne distaccano, ponendo le premesse per lo svolgimento futuro della dottrina politica ed educativa risorgimentale in Italia nelle sue diverse espressioni, dalla monarchica-liberale alla democratica, dalla cattolica liberale alla repubblicana. Sotto questo profilo, fondamentale è il Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799, di Vincenzo Cuoco, dove è chiaramente delineata la critica dell’astrattezza antistorica dell’ideologia giacobina, astrattezza che spiega il fallimento di quei tentativi rivoluzionari che non tengono nel debito conto la storia, i costumi, le tradizioni, la religione e persino le superstizioni e i pregiudizi che insieme determinano le caratteristiche peculiari di un popolo. E in un popolo disunito e senza coscienza di sé, la rivoluzione non può che essere “passiva”, cioè non scaturita dal fondo della nazione (quale?) ma da impulsi esterni ed eteronomi; perché la rivoluzione borghese porti alla libertà concreta e non all’oppressione e al terrore come è avvenuto in Francia, non si tratta di combattere per il governo di un’astratta “volontà generale” del popolo sovrano, ma semmai di educare il popolo in modo tale da renderlo in grado di assumersi le responsabilità proprie di una classe dirigente matura e consapevole dei propri doveri, se non ancora, come dirà Mazzini, della propria missione. L’intento è quello di non ripetere i tragici errori commessi in Francia, né quelli che hanno fatto cadere la Repubblica Partenopea. Tanto più che non mancavano a Napoli i motivi per un’azione rivoluzionaria, ma questa avrebbe dovuto seguire una via propria, non modellata sul programma di un’assemblea costituente straniera; invece “patrioti” repubblicani napoletani immaginarono di poter importare nell’Italia meridionale arretrata e devota alla Chiesa di allora i principi astratti della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità dei girondini e dei giacobini francesi. Si ebbero così non una ma due rivoluzioni fallimentari: quella di un’élite colta, francesizzante e anglicizzante, e quella di una massa disordinata e incolta. “Se mai la repubblica si fosse fondata da noi medesimi, se la costituzione, diretta dalle idee eterne della giustizia, si fosse fondata sui bisogni e sugli usi del popolo, se un’autorità, che il popolo credeva legittima e nazionale, invece di parlargli un astruso linguaggio che esso non intendeva, gli avesse procurato de’ beni reali, e liberato lo avesse da que’ mali che soffriva; forse…noi non piangeremmo ora sui miseri avanzi di una patria desolata e degna di una sorte migliore”. E’ qui evidente la concezione, di ascendenza vichiana (e platonica), dei due popoli, uno educato e razionale e uno istintivo e passionale, concezione quanto mai propizia alla diffidenza del movimento liberale moderato nei confronti di quel “popolo” sempre esaltato e riverito a parole ma tenuto in pratica a debita distanza: “Tutte le volte che in quest’opera si parla di ‘nome’, di ‘opinione’, di ‘grado’, s’intende sempre di quel grado, di quella opinione, di quel nome che influiscono sul popolo, che è il grande, il solo agente delle rivoluzioni e delle controrivoluzioni”. E nondimeno è rischioso affidare al popolo la difesa delle istituzioni e delle leggi prima di averlo adeguatamente educato, istruito e responsabilizzato; i greci e i romani escludevano dalla politica la massa dei lavoratori manuali e degli schiavi, e questo non è giusto; ma le istituzioni e le leggi saranno fuori pericolo solo quando “il massimo numero sarà unito alla massima virtù”. Si tratta quindi di combattere su due fronti: contro il governo dei filosofi e contro quello della plebe incolta e istintiva; ma verrà mai il giorno in cui “il massimo numero sarà unito alla massima virtù”? C’è da dubitarne se si considera quale concetto Cuoco si è fatto, sulle orme di Machiavelli e di Vico, della natura umana: “Gli uomini sono ed eternamente saranno pieni di vizi, pieni di errori” ed è del tutto inverosimile “che essi vogliano deporre que’ loro costumi”. Se la natura umana è quello che è “eternamente”, non si vede nemmeno quale rivoluzione o volontà umana possa cambiarla (nel senso di perfezionarla), e quindi, in definitiva, che senso abbia la stessa pretesa di “educare il popolo”, tanto più che uno dei due popoli in cui la società è suddivisa “è destinato dalla natura ad essere sempre religioso e a non essere mai filosofo”. Ma quale costituzione durevole e non effimera potrà mai nascere spontaneamente da un popolo che non parla la lingua elitaria della ragione filosofica? “E’ vero – risponde Cuoco – ma mentre egli tace, tutto parla per lui: per lui parlano le sue idee, i suoi pregiudizi, i suoi costumi, i bisogni suoi… “; e se questo è il corso della natura a cui è necessario conformarsi, si comprende quanto sia vana la pretesa illuminista e giacobina di opporre la filosofia alla religione, o, se si preferisce, il logos al mythos. E nondimeno il Cuoco non abbandona la speranza che lo spirito pubblico degli italiani non sia del tutto irredimibile, tanto che, con la pubblicazione del Giornale italiano (dal 1802 al 1806), organo ufficiale della Repubblica Italiana (ex Cisalpina) del Melzi d’Eril, intendeva “avvezzar le menti degli Italiani a pensar nobilmente, condurle, quasi che non se n’avvedano, alle idee che la loro nuova sorte richiede, e far divenire cittadini di uno Stato coloro i quali sono nati abitanti di una provincia, o di paesi anche più umili di una provincia”. (Sintomatico dell’atteggiamento paternalistico comune alla borghesia “illuminata” e liberale l’inciso, che si direbbe dal sen fuggito, “quasi che non se n’avvedano”). Lo stesso motivo ispiratore pedagogico-politico gli detta il romanzo epistolare Platone in Italia (1806), con cui ambiva a “formar la morale degli Italiani, ed ispirar loro quello spirito di unione, quell’amor di patria, quell’amor della milizia, che finora non hanno avuto”. E’ comunque rivelatrice del suo scetticismo e del suo disincanto riguardo alla possibilità di elevare la masse dal piano dei sentimenti, delle passioni e della fantasia a quello del discorso razionale e argomentativo la preferenza da lui accordata alla monarchia piuttosto che alla repubblica, data l’opportunità di una figura istituzionale intermediaria tra la legge e il popolo in grado di parlare una lingua più comprensibile e accessibile al popolo stesso. Alle concezioni etico-politiche del Cuoco e al suo impegno civile consegue coerentemente la sua visione pedagogica: l’obiettivo di unire la massima virtù al massimo numero, sia pure come tendenza ideale, richiede un’azione educativa di ampio respiro che miri anzitutto alla formazione del cittadino, e quindi all’istruzione di persone in grado di esercitare un mestiere. Chiamato a far parte della commissione per la pubblica istruzione del Regno di Napoli nel 1809, presenta a Gioacchino Murat un memorabile Rapporto destinato a rimanere come una pietra miliare nella storia della scuola in Italia, in quanto vi si prospetta che la nuova scuola dovrà essere universale, pubblica e uniforme. Universale significa che, almeno nei primi gradi, non dovrà escludere nessuno (“E’ necessario che vi sia un’istruzione per tutti, una per molti una per pochi”), e quindi aperta anche alle donne, dal momento che “lasciar queste ineducate è lo stesso che non voler educare gli uomini, giacché le donne sono e saranno sempre le prime e le più potenti nostre educatrici”; questo tuttavia non vuol dire, sia chiaro, che si debbano educare allo stesso modo degli uomini: sarebbe voler turbare l’ordine della natura e invertire l’ordine sociale. Riguardo alle materie di studio, Cuoco, rifacendosi a Comenio, raccomanda di non disgiungere mai il sapere dall’agire, per non vanificare in uno sterile nozionismo l’apprendimento delle scienze e delle arti. Quanto all’uniformità – sul modello della riforma napoleonica della secondaria superiore – si prospetta una scuola con un ordinamento unitario su tutto il territorio dello Stato, amministrata da un corpo di direttori e di ispettori nominati da un organismo centrale, nella quale programmi, libri di testo, metodi didattici rispondano a criteri unici per tutti, stabiliti da una direzione generale. Su questo punto il liberale Cuoco tanto liberale non è: per lui lasciare liberi gli insegnanti di adottare metodi diversi “sarebbe lo stesso che corrompere la scienza, in quanto si avrebbero tante istituzioni quante sono le teste degli uomini.” Nondimeno, per evitare che un’eccessiva uniformità mortifichi e ritardi il progresso delle scienze, la direzione generale dovrà essere costituita da personalità d’indiscusso valore culturale e di orientamenti diversi, per le quali l’unica ragione di gloria sia l’aver lavorato allo sviluppo e alla diffusione della pubblica istruzione. Perché possa raggiungersi una educazione perfetta è necessaria l’opera concorde del legislatore, del sacerdote e del filosofo, in quanto l’umanità è come se abitasse in tre città diverse, corrispondenti alla forza, alla fantasia e alla ragione; la perfetta azione educativa dovrà consistere nell’armonizzare così in ciascuno come nella vita sociale queste tre “città”. Il modello ideale di ordinamento scolastico è rappresentato per lui – non senza qualche suggestione proveniente dalla Repubblica platonica – dalle istituzioni spartane.