Docente europeo
I problemi della scuola non si risolvono con interventi parziali o esclusivamente contabili. A un Ministro tecnico dovrebbe essere chiaro, soprattutto dopo decenni di fallimenti ispirati a questo criterio. Aumentare le ore di lavoro del docente in modo avulso da una riforma complessiva del “sistema scuola”, delle modalità di accesso, della funzione docente e delle motivazioni e finalità formative è esercizio inutile per migliorare la qualità delle prestazioni e dannoso per la serenità del contesto lavorativo. Il Governo di tecnici aveva il compito di fare le riforme, che i politici non erano riusciti a fare, per adeguare il sistema Italia a quello europeo, non certo solo quello contabile per far quadrare i conti. A ciò sarebbero bastati i tanti ragionieri dei quali sono pieni i Ministeri. Il docente potrà lavorare diciotto o ventiquattro ore, ma non migliorerà di un solo punto la qualità della scuola se continua il distacco tra mondo della formazione e mondo del lavoro a causa di una mancata vera riforma del sistema scolastico, che non ha mai aggredito i totem ideologicamente intoccabili: esame di Stato, valore legale del titolo di studio, modalità di formazione e di reclutamento del personale, valutazione in itinere dello stesso affidata a un organismo terzo e autonomo, effettiva autonomia e competitività tra le scuole, assunzioni di competenza delle singole scuole, Consigli di amministrazione e di gestione dei singoli Istituti con responsabilità locali, abbandono del contratto collettivo nazionale per contratti differenziati per aree, per scuole e per soggetti, progressione di carriera e di retribuzione legata alla produttività e al merito, chiusura degli Istituti per persistente mancato raggiungimento degli standard formativi e di produttività. Solo in questo caso potremmo parlare di “docente europeo” e di orario lavorativo. Nel secolo decorso gli obiettivi della politica scolastica, sia di destra sia di sinistra, sono stati l’elevazione a prescindere del livello di scolarizzazione e guardare alla scuola come ufficio di collocamento trasformandola in welfare sociale. Sarebbe ora che si ponesse un unico obiettivo strategico, una scuola di qualità per tutti. Tutti sono d’accordo che per lo sviluppo e la crescita economica, per la vita individuale e civile, per il lavoro e il tessuto sociale siano fondamentali istruzione e formazione, ma nessuno che evidenzi la perdita di prestigio e l’inadeguatezza della professione di insegnante, le inesistenti possibilità di carriera, l’assenza di riconoscimenti delle capacità e dei meriti professionali, la richiesta di competenze sempre più complesse, un corpo docente culturalmente e cronologicamente obsoleto, un contesto lavorativo impiegatizio e per nulla stimolante. Bisognerebbe affrontare prima questi problemi e da questi fare scaturire la quantificazione delle ore lavorative e della retribuzione. È questa la strada per equiparare il docente italiano a quello cosiddetto europeo. Negli altri Paesi europei, in particolare Inghilterra e Svezia, già da alcuni anni si sono attivati interventi, riforme e sperimentazioni per valorizzare la professioanlità dei docenti agendo sulla formazione d’accesso e su quella in itinere, favorendo un contesto lavorativo appetibile, riconoscendo un’effettiva meritocrazia e promuovendo la differenziazione di carriera connessa al meritoi La formazione è affidata a strutture universitarie dedicate, alle quali si accede con numero chiuso in relazione alle previsioni occupazioanli; il reclutamento, affidato alle singole scuole in accordo con le strutture di gestione locale, non avviene per concorso o per anzianità; i contratti constano di due parti, una di categoria (retribuzione minima) e l’altra differenziata per scuola e per produttività e merito; la progressione di carriera e di retribuzione avviene per merito e mai per anzianità. Il problema degli insegnanti è tutto qui. Gli altri l’hanno risolto o lo stanno facendo, noi ci giriamo intorno, ancora prigionieri di totem ideologici ereditati dal secolo scorso che ha optato per una politica scolastica della quantità e non della qualità, con i seguenti negativi risultati: una spesa annua per studente di gran lunga superiore alla media europea (20%), maggior numero di docenti in rapporto al numero di alunni, maggior numero annuo di ore scolastiche (1020 contro una media europea di 943), minor numero annuo di ore lavorative del docente (612 contro la media europea di 663), una retribuzione oraria superiore alla media europea (50,8 dollari contro una media europea di 50,5), una retribuzione di fine carriera quasi uguale a quella iniziale. Sono i risultati di una politica scolastica che ha guardato alla quantità e non alla qualità. Da un Governo di tecnici era lecito sperare in una soluzione diversa per dare una scuola adeguata e un docente effettivamente europeo. In questo il Governo è in buona compagnia con i Sindacati che da sempre riducono il problema alla sola questione di rivendicazione retributiva e di ore lavorative, insomma pur essa soltanto quantitativa. E gli alunni – siamo a novembre – scendono in piazza per motivazioni e finalità improprie.
Condivido in pieno: una chiara analisi della scuola in Italia.