Salerno: Primarie, investire sugl’ Italiani
La scelta delle primarie perché i cittadini decidano con il voto la persona chiamata a guidare il CS si è rivelata vincente per il PD, rimotivante per il suo elettorato di riferimento, attraente per quelle aree di elettorato vigili e reattive alle dinamiche politiche. Questa offerta/opportunità di partecipazione corrisponde alla accresciuta mobilità (di voto e dal voto) dell’elettorato, alimentata dal crollo del Centrodestra e da un assetto del PD (oscillante tra IDV e UDC) inadeguato a guidare il governo nel pieno della crisi dei debiti sovrani del 2011. Il recupero di attrattività del PD presso un elettorato disilluso e critico va attribuito alla scelta di Matteo Renzi di proporsi alle primarie e di dinamizzare così lo schema statico (di alleanza tra partiti) con cui il CS riteneva “meritare” naturaliter (per disfatta dell’avversario) il consenso della maggioranza degli italiani. L’imprenditorialità politica del sindaco di Firenze, forgiatasi in competizioni locali svolte in territori di (strutturata) tradizione socialdemocratica, ha aperto di fatto le primarie ad un esito non scontato ed ha “incrinato” piani/ corsi di azione lungo i quali si era stancamente incamminata la coalizione dominante del PD, di Sel e UDC. Bersani ha raccolto la sfida dimostrando di saper “apprendere” dalla sfida virtuosa lanciatagli da Renzi che ha ravvivato la competizione con la proposta perentoria di ricambio dei dirigenti/parlamentari di lungo corso e l’immissione di una nuova e giovane generazione di politici. Al netto degli effetti positivi prodotti dall’utilizzo “non rituale” delle primarie vi sono tuttavia differenze notevoli che distinguono la proposta di Renzi, che noi preferita, da quella di Bersani. Esse riguardano a) il campo delle forze sociali e economiche e culturali su cui poggiare il progetto di cambiamento che l’Italia esige; b) la funzione del PD nel sistema politico; c) le istituzioni nel cui ambito si strutturano cicli di governo/amministrazione. Su questi tre versanti marcate sono le differenze tra il modello “veterosocialdemocratico di bersani” ed il modello “liberdemocratico di Renzi”. I riferimenti sociali e territoriali della proposta di Bersani sono costituiti in prevalenza da pubblico impiego, lavoro dipendente, pensionati, aree di consenso di provenienza metropolitana che esprimono domande e bisogni di tutela. La proposta di Renzi ci pare faccia maggiormente i conti con l’esigenza vitale per il PD di investire sugli italiani, arricchendo il suo bacino di rappresentanza del tessuto vivo di “imprese, famiglie, comunità”, operoso nella provincia italiana profonda e che costituisce la forza trainante della manifattura italiana. Il PD della segreteria Bersani ha attenuato la sua forza espansiva nell’elettorato, ha manifestato una vocazione “diminuita” di governo dovuta alla scelta di “derubricare” legittime ambizioni rappresentative a una funzione di “cerniera” tra la sinistra radicale ed il centro moderato. Renzi, in ragione del profilo innovativo che si è dato, mentre attrae quanti esigono un rinnovamento radicale di personale e “costume” politico, recupera il PD ad una vocazione di governo che non accetta intermediazioni nella rappresentanza dell’elettorato liberato dall’ipoteca berlusconiana. Dalle rilevazioni del CISE sugli orientamenti di voto dell’elettorato complessivo (Emanuele e Maggini 22.11.2012 CISE), risulta infatti che la coalizione di centrosinistra a guida Renzi otterrebbe il 44% dei voti mentre si fermerebbe a quota 35,3% se fosse guidata da Bersani; una differenza di ben 9 punti percentuali. Circa le istituzioni la proposta di Bersani è tenere basso il grado di legittimità diretta degli esecutivi e valorizzare le assemblee rappresentative (rectius i partiti) nella definizione e combinazione dei governi. Quanto alle relazioni tra stato, società e mercato il “modello veterosocialdemocratico” di Bersani esprime una visione delle istituzioni centrali e delle loro articolazioni territoriali poco attenta ai principi di sussidiarietà e di pluralismo sociale. Essa ripropone schemi propri della prima modernizzazione politica della società occidentale con la tendenziale riduzione del pubblico allo stato quale fonte dominate ed interprete autentico dell’interesse collettivo. Tutti gli altri soggetti civili ed economici della società (comunità territoriali, imprese terzo settore, istituzioni religiose), titolari per definizione di interessi “minori”, rimarrebbero “periferici” nella loro funzione di produttori di beni comuni (collettivi) ed assoggettati al principio ordinativo (ed ispettivo) dell’unica istanza centrale costituita dallo Stato e dai suoi organi. Renzi invece propone il rafforzamento (dal basso) del governo con attribuzione agli italiani della scelta dell’esecutivo e dei parlamentari, oltre che accorgimenti per semplificare l’attuazione di politiche pubbliche da parte dell’esecutivo centrale, alla cui responsabilità per i risultati conseguiti andrebbe collegata la conferma o il ricambio della maggioranza politica che lo sostiene. In questo modo si agirebbe sul costo gravoso caricato sui cittadini, costituito dall’impotenza della democrazia, che nutre i privilegi delle caste lievitate tra inefficienza amministrativa e impropria intermediazione pubblica nella economia. Sul versante delle relazioni tra stato e società il sindaco di Firenze valorizza con decisione l’apporto paritario al bene comune (sussidiarietà) di una pluralità di soggetti tra cui vi sono lo stato centrale ed istituzioni rappresentative locali, ma anche interessi ed istituzioni diffusi nella società quali le imprese, il terzo settore, sindacati, organizzazioni religiose. Ci sembrano ragioni più che sufficienti per sostenere e chiedere di sostenere con il voto alle primarie Matteo Renzi come leader del PD e del Centrosinistra.
Stefano Ceccanti e Giovanni Celenta Associazione Non Uno di Meno