Mercato San Severino: San Marco a Rota nel degrado
Anna Maria Noia
San Marco (altrimenti conosciuto quale S. Maria) a Rota è il più antico nucleo archeologico di Mercato S. Severino; un sito di enorme (indubbio) valore storico e artistico, che purtroppo versa – da qualche tempo – completamente nel degrado (si direbbe, più totale). Ubicato nella frazione Curteri, ha subito l’usura del tempo e l’incuria umana. Non tanto da parte delle istituzioni, che pure stanno tentando di recuperare il luogo, ma a causa di incivili che abbandonano senza ritegno – da anni, ormai – rifiuti di ogni sorta: come emerge dalle foto, scattate – in questi ultimi giorni invernali – da un simpatizzante nonchè appassionato di storia locale, che fa parte del sodalizio “Troisio de Rota” (fondato nel 2012), il luogo è ricettacolo – vergognosamente, indecorosamente, inopinatamente – di materiali di risulta, inerti, eterogenei, edili ed industriali, lamiere ed elementi di fabbricazione. Nel corso della ricognizione e del sopralluogo si è potuto notare il decadimento del bene ancestrale. S. Marco a Rota – Rota è la denominazione di S. Severino ai tempi dei Romani, poiché si pagava una sorta di pedaggio (il famoso “rotaticum”) – è l’ultima testimonianza di un nucleo abitativo detto “gastaldato”. Ma la zona possiede anche vestigia più antiche: una domus romana di circa duemila anni fa; la villa fu adibita dapprima ad area cimiteriale (in epoca altomedievale) e poi – nel pieno Medioevo – venne utilizzata per altri scopi. Accanto, altre costruzioni come tombe ed abitazioni. Nell’803 emerge – dagli atti pubblici – la prima citazione “documentata” di S. Marco o S. Maria. All’interno dell’area, pur in rovina – come detto – è comunque ancora possibile immaginare (se non, del tutto, ammirare in toto) le cornici in stucco al cui interno erano racchiusi affreschi di differente manifattura e datazione. Nell’atrio della chiesa, sorta poi dai resti del bene, si amministrava la giustizia e venivano rogati i contratti (gli atti pubblici). Nel 1021, ma anche nel 1036 e nel 1042, la struttura venne definita “pieve” (plebana, cioè accogliente la plebe – la gente comune e non i nobili o patrizi). Tra le stupende immagini affrescate (in particolare del secolo XI), il dipinto absidale – raffigurante (tra altri santi e/o discepoli) l’evangelista Marco – nell’atto di sbrogliare il rotolo dei vangeli. I disegni sono di scuola cassinese; le maestranze di Cassino erano, infatti, molto rinomate negli ambienti ecclesiastici. Da parte dell’amministrazione Somma (ma anche riguardo le altre precedenti) v’è una forte volontà di valorizzare S. Marco. Di recuperare tutto. Con iniziative varie, progetti mirati – attendendo (lo sblocco di) finanziamenti ad hoc, già previsti nel 2015. Occorre, però, sbrigarsi: il sito è al limite della sopravvivenza. Ogni giorno potrebbe essere l’ultimo della sua gloriosa esistenza. Una traccia del passato che costituisce una eloquente testimonianza del passaggio – non certo “da barbari”, come invece ora – su questo territorio di patres ed avi, antenati ricchi di sapienza. Dai cui insegnamenti dovremmo trarre una lezione. Seguendone l’esempio. Dandoci da fare per restituire dignità e integrità alle bellezze architettoniche – e non soltanto – di Mercato S. Severino; della nostra provincia; dell’Italia intera (densissima di borghi e meraviglie); del mondo. Oltre al castello, quindi, a S. Severino c’è molto, molto di più. E il turismo, appunto, culturale sta prendendo sempre più quota. La governance di Somma e l’assessorato alle Politiche Culturali – rappresentato da Enza Cavaliere – stanno studiando la questione di tali aree sul territorio. Interessandosi a un discorso di salvaguardia.